Antonio Caiazza

UGO CORDASCO (2013)

Esposizione di alcune opere – Palazzo Comunale, Sarno

E’ da alcuni anni che seguo il lavoro “poietico” di Ugo Cordasco, che si è messo su una strada feconda di idee, ma anche di impegno umano e civile. Ugo tende con i suoi manufatti a dare risposte ai suoi interrogativi sul mondo, sulla vita, sull’essere e l’esistere, ma anche sulla propria debolezza e i suoi limiti. Si avvia pertanto a una fase di pienezza, di maturità, di vero empito creativo.

La sua arte è contemporanea nel senso vero del termine, sia per i contenuti sia per le forme, è nuova e innovativa, coraggiosa, e pertanto, è difficile da leggere anche per chi è abituato all’ermeneutica dei prodotti dell’arte informale o “di rottura” dei nostri tempi.

Il suo processo plastico-creativo nasce da affezioni genuine individuali, specifiche, e tende a tradursi in pure forme geometriche. Quando il nostro artista inizia il suo lavoro di officina, si trova in una fase sensitiva soggettiva: ha individuato un tema, prova un sentimento che non riesce ancora a mettere a fuoco: entra appena nella fase dell’inconscio. Durante il processo di lavorazione del manufatto, mentre modella i materiali ancora grezzi, entra nella fase del subconscio: da un fondo oscuro vengono messe a fuoco larve di sensazioni, immagini, idee che si chiariscono gradualmente con continue illuminazioni, verità che si calano nelle forme composite, che tendono a un’essenzialità geometrica sia delle linee sia dei piani sia dei volumi.

Le risultanze nei suoi prodotti sono forme e linee dritte o curve, in materiali di ferro (o derivati e affini) freddi, rigidi, che esprimono la massima semplificazione (del groviglio originale interiore) nella perfezione geometrica razionale. Nella loro possanza statica contengono mobilità e spinte che si realizzano in corpi, volumi e movimenti, versi, direzioni.

La coscienza viene “sublimata” dalla lavorazione dei materiali, dove anche la materia grezza informe e naturale, se resta, ha per contrasto una sua valenza di “sentimento” non elaborato, espressionistico: ad esempio, una pietra è un cuore, non un cuore di pietra, ma un cuore “naturale, genuino, ancestrale” come la pietra primordiale.

La sua tecnica, come strumentalità artigianale, non è fine a se stessa, è invece al servizio dell’arte. Mi verrebbe da pensare a Mondrian e al suo processo creativo nella pittura, in cui inventò il linguaggio universale della linea e della geometria razionale. La scultura di Ugo Cordasco si muove in un’uguale direzione, anche se il suo processo, se lo si vuol leggere nella sua sostanza, ha una valenza non platonica (cioè di conquista di idee e forme universali, da tutti condivisibili), ma freudiana, che porta alla luce idee e forme che, pur nella loro perfezione geometrica e razionale, turbano, se non inquietano addirittura, perché provocano in noi un impatto con i problemi essenziali della vita, con il nostro agire quotidiano nei confronti della società, della natura e della storia, con le nostre debolezze e i vizi umani.

Non a caso negli ultimi tempi lo scultore Ugo Cordasco ha partecipato con i suoi lavori a collettive di livello internazionale, che avevano ogni anno per tema un vizio capitale, cioè la gola, l’invidia e, ultimo nel 2011, la superbia, il cui manufatto è qui esposto insieme all’accidia e all’avarizia.

Nel caso per esempio della superbia, essa è bifronte: infatti il vizio è presentato nella prima fase, quando nasce e prende forma. E’ rappresentato da otto fasce curve che come meridiani, partono dilatandosi da un centro posto in basso e si riuniscono nel polo superiore con un perno centrale. Dal fuoco inferiore partono altrettante aste acuminate, che perforano le fasce ai 3/4c. dell’altezza con punte minacciose in direzione radiale verso l’alto.

Nella seconda fase (qui esposta) il vizio della superbia è presentato dopo la sua esplosione. Le fasce si sono staccate e sparse, e risultano collocate in modo caotico. La superbia, prima contenuta ma pericolosissima come un potenziale ordigno bellico, ora si manifesta in tutto il reale disordine da essa generato. Infatti la superbia provoca pleonexia, cioè spirito di rivalità, di superiorità, di prevaricazione e di vittoria sugli altri; quindi è fonte di sventramento di un cosmo, un mondo regolato da un nomos, “una legge” che mette ordine nelle relazioni tra gli uomini e tra gli stati.

Nel concludere questa breve riflessione auguro all’autore di avere in futuro migliore fortuna, trovando locali, ambienti e occasioni più adatti all’esibizione di opere di tale spessore artistico e culturale che, da sole, fanno il vanto di una città!

Sarno, 27 gennaio 2013-01-28

Antonio Caiazza