Ugo Cordasco Energie vaganti

Consumato da tempo ogni riferimento figurativo, che contraddistingueva la realizzazione di figure stilizzate dal carattere chiaramente simbolico e totemico Ugo Cordasco approda ad una serie di lavori di matrice evidentemente astratta, minimalista, mediante i quali aspira, mi confessa egli stesso, punta a raggiungere una sorta di grado zero della forma, una dimensione universale e atemporale della scultura, per far spazio ad una personale concezione della tridimensionalità tesa all’indagine dell’interdipendenza tra spazio e volume, nonché alla possibilità della scultura di rendere lo spazio ambiente, luogo.

Mosso dalla necessità di rileggere quanto fin’ora costruito, soprattutto confrontandosi con la dimensione urbana, associando all’attività di scultore quella di architetto, Cordasco concentra ora la sua attenzione su valori geometrici elementari, di tipo vettoriale, strutture primarie, costruite con lastre di ferro smaltato, contraddistinte da una compatta campitura nera, montate sia a parete, varianti del celebre Quadrato nero di Malevic, tra cui il recente Alfabeto della incomunicabilità, o sul pavimento issate come mehir, stele capaci di mettere in comunicazione il passato ancestrale dell’umanità con un’immagine di futuro.

In questo senso Cordasco sembra condividere le posizioni di Donald Judd per il quale «poiché la natura delle tre dimensioni non è prefissata né prestabilita si può dar vita a qualcosa di incredibile» si può, in altre parole dare spazio a forme e luoghi capaci di attraversare e accogliere la nostra esistenza.

È quanto affiora osservando da un lato il gruppo di machette per interventi di tipo urbano tra cui si ricorda La lavandaia realizzata l’anno scorso a Sarno, e dall’altro la serie di schizzi e bozzetti, parte dei quali raccolti per questa mostra, la cui essenziale linearità viene trasposta nello spazio dalla solidità e dalla duttilità del filo di ferro modellato e saldato dando corpo a piccoli reticoli, a Structurae che aspirano alla dimensione ambientale, al confronto con l’architettura e con la natura così come ricordano i lavori più recenti, Energie vaganti e cangianti.

Opere, quest’ultime, che approfondendo il confronto con le energie presenti nel paesaggio naturale – dall’orizzontalità frastagliata e drammatica delle montagne, alla solenne verticalità degli alberi, al moto continuo del mare e dei fiumi – aspirano ad una loro sintesi ma soprattutto a diventarne parte integrante. In altre parole Cordasco mira a realizzare quelle che Anthony Caro definirebbe «scultitetture», aspirando ad un dialogo più serrato con l’ambiente e per questo osservandone le opere non bisogna lasciarsi distrarre dalle loro ridotte dimensioni che piuttosto ne esaltano il valore di progetto, di modello, di utopia in attesa di domicilio.