Riccardo Dalisi

LA SCULTURA DI UGO CORDASCO

Preferisco quelle dove la composizione si fa disinvolta nel dispiegare geometricamente le sue varie parti. Suggerisce una chiara disposizione alla ricerca di una espressione scultorea.

Anche l’uso del materiale metallico appare ben disposto mentre un efficace raggiungimento è nelle misurate superfici pulite secondo una serena geometria tridimensionale.

Lo spazio è dunque generato intorno a se in semplici giochi di rimandi. E’ come proiettare il gioco scultoreo su uno schermo in ordinati episodi.

L’esito appare raggiunto senza elaborati preparatori che a volte sono necessari a comprendere con maggiore completezza l’intento, il percorso dell’artista.

Riflessioni, tentativi di puro inizio in più di un caso sono apparsi rivelatori accrescendo quel grado di suggestione che ogni lavoro e ogni opera d’arte deve possedere.

In realtà è come per un albero, l’opera più compiuta che ci sia, che nasce dal buio della terra e si slancia verso lo spazio libero della luce creando uno spazio che costantemente si alimenta di se.

Cordasco lo si potrebbe accostare a scultori di forme pure; anche se lontano da un maestro come Giacometti, giova qui ricordare certe definizioni di scultura dello stesso: l’opera si identifica con la distanza che separa me dall’opera stessa. In questo ciò che vivacemente avviene è la capacità di coinvolgimento del soggetto attraverso lo spazio.

Ed è singolare come il suo noto procedimento del “togliere togliere”, qui, nella sua definizione, il tutto acquista respiro. Anche i suoi quadri sembrano dipingere lo spazio intorno alla figura totalmente coinvolta in esso (vedasi il ritratto della madre).

I pittori devono dipingere la luce ciò al pari dello scultore che delinea un gioco delle parti come in realtà compie Cordasco.

Nel togliere, nel ridurre fin quasi a voler farne scomparire la presenza (le forme materiali), sembra voler fare spazio allo spazio.

In un certo senso lo stesso fa Cordasco: la non forma, la non corposità della scultura, la poetica del togliere fa ricordare Michelangelo, nella nota espressione: l’opera si raggiunge togliendo e non aggiungendo. Infatti egli vedeva la statua nel blocco di marmo che riconosceva sin dalla cava, dove passava gran tempo per “trovare” il blocco opportuno.

Se guardiamo alla semplicità geometrica delle sculture di Cordasco, al gioco dello spazio che generano, possiamo comprendere il messaggio che contengono.

Vi è dunque una parte non esposta, non fisica, è come se la scultura avesse una sua radice sotterranea invisibile anche se aerea.

Vien fatto di pensare all’espressione di quell’autore che diceva: ho la tentazione di sotterrare la mia opera.

Si può quindi sostenere che quando parliamo di spazio alludiamo anche a ciò che non si vede ma se ne avverte la presenza.

Infatti quando siamo colpiti dall’immagine di alberi, avvertiamo la presenza (invisibile) delle immancabili radici che si offrono al sentimento dello spazio che è cosa diversa dalla pura percezione di essi.

Un’opera di vera scultura suscita appunto un profondo “sentimento dello spazio”.